«Cuccioli socializzati» è una delle formule più ricorrenti negli annunci, e come «genitori visibili» non significa nulla finché qualcuno non specifica con cosa. Nel cane il periodo sensibile per la socializzazione va dalla terza alla dodicesima settimana di vita: quando un cucciolo di Staffordshire Bull Terrier lascia l'allevamento, fra i 60 e i 70 giorni previsti, ne ha passate in casa cinque o sei su dieci. La metà più importante del lavoro deve ancora essere fatta, e la farà la sua famiglia. Un allevatore serio non dice soltanto cosa ha fatto: dice anche cosa non ha potuto fare — il traffico, i bambini se in allevamento non ce ne sono, gli altri animali, e lo stare da solo, che un cucciolo in mezzo ai fratelli non ha mai sperimentato.
La finestra: cosa dice l'etologia
Su questo non c'è la mia opinione, c'è letteratura consolidata. Il periodo sensibile per la socializzazione del cane va grosso modo dalla terza alla dodicesima settimana di vita, con il momento centrale fra la quarta e l'ottava.
In quelle settimane il cucciolo costruisce la categoria «normale». Quello che incontra — persone, rumori, superfici, altri animali — ci entra dentro senza sforzo. Quello che non incontra resterà per sempre qualcosa da valutare, e da adulto lo valuterà con gli strumenti di un adulto: prudenza, allerta, a volte reattività.
La conseguenza è aritmetica. La legge italiana vieta l'affido prima dei sessanta giorni: a quell'età il cucciolo ha passato in allevamento cinque settimane delle dieci che contano, e la metà buona del lavoro deve ancora essere fatta.
Ogni settimana in più cambia il conto. Da noi i cuccioli restano fino a settanta giorni — dieci in più, che nella finestra sensibile non sono un dettaglio: sono un settimo del periodo utile, passato in un posto dove le cose nuove arrivano a dose controllata invece che tutte insieme il primo giorno in una casa sconosciuta.
Cosa può avere incontrato davvero, prima di partire
Molto meno di quanto suggerisca la parola «socializzato», e quasi tutto dentro un perimetro ristretto — che si allarga un poco con ogni settimana in più.
Può avere incontrato le persone di casa e qualcuna in visita. I rumori domestici: televisione, radio, aspirapolvere, campanello, lavastoviglie. Superfici diverse sotto le zampe — e qui cambia molto se l'allevamento ha un cortile vero o solo un box. Gli altri cani dell'allevamento, che sono adulti equilibrati e appartengono alla sua stessa razza. La manipolazione: essere preso in braccio, girato, toccato sulle zampe e sulle orecchie.
E, se l'allevamento sta su una strada invece che isolato in campagna, i rumori del mondo esterno sentiti da lontano: traffico, voci di passanti, campane. Non è come attraversare una città al guinzaglio, ma è molto più che silenzio.
E poi c'è un elemento che quasi nessuno nomina e che in questa fase conta più di molti stimoli: la madre. Una femmina serena, in un ambiente che conosce, cresce cuccioli più stabili. Una in stress li cresce più reattivi, e non c'è protocollo che rimedi.
Cosa NON può avere incontrato, e perché
Qui sta la parte che gli annunci non scrivono.
Il traffico, la città, i mezzi pubblici. Il ciclo vaccinale di base si completa intorno ai tre mesi, secondo il protocollo del veterinario, e fino ad allora un cucciolo non va portato dove passano cani sconosciuti. È una precauzione sanitaria che limita per forza il raggio d'azione. Per i cuccioli destinati all'estero si aggiunge l'antirabbica, che non si può fare prima delle dodici settimane e diventa valida ventuno giorni dopo.
I bambini, se in allevamento non ce ne sono. Un cucciolo cresciuto fra adulti ha visto adulti. I bambini si muovono in modo diverso, hanno una voce diversa, un'altezza diversa: per un cane sono un'altra categoria.
Cani di altre razze e taglie. Conoscere sei Staffy adulti non è come conoscere un alano, un chihuahua, un cane che comunica in modo diverso.
Gatti, cavalli, galline, se non ci sono. L'ascensore, il guinzaglio in strada, il veterinario per una visita vera — non la prima vaccinazione fatta in allevamento.
Vale anche per noi, ed è giusto dirlo: qui altri animali non ce ne sono, a parte qualche gatto dei vicini che passa dal cortile. Un cucciolo che uscirà da noi non ha mai visto una gallina né un cavallo, e se la nuova famiglia ne ha, quel lavoro va fatto lì.
Restare da solo. Un cucciolo in allevamento non è mai solo: ci sono i fratelli, la madre, le persone. La solitudine si impara dopo, nella nuova casa, ed è una delle cose che più spesso vanno storte.
E il Bio Sensor?
Quando si parla di stimolazione precoce salta sempre fuori il Bio Sensor, o ENS: cinque esercizi di pochi secondi, una volta al giorno, dal terzo al sedicesimo giorno di vita. Nelle presentazioni delle cucciolate viene citato come se fosse una garanzia di equilibrio.
Vale la pena sapere due cose. La prima è che quei benefici — tolleranza allo stress, cuore più efficiente, maggiore resistenza alle malattie — vengono da un programma militare degli anni Settanta, non da studi indipendenti verificati da altri ricercatori. La seconda è che il periodo in cui interviene, i primi sedici giorni, non è il periodo sensibile per la socializzazione: quello comincia dopo, dalla terza settimana.
Non vuol dire che l'ENS faccia male. Vuol dire che chi lo presenta come la ragione per cui il suo cucciolo sarà equilibrato sta promettendo più di quanto si sappia. Ne abbiamo scritto per esteso nella guida su cosa dice davvero la ricerca sul Bio Sensor.
E c'è una conseguenza pratica che riguarda questo articolo: un allevamento che ti parla solo dei primi sedici giorni ti sta raccontando la parte meno importante. La domanda da fare è cosa è successo dalla terza settimana in poi.
Quindi cosa vuol dire «socializzato» per davvero
Che il cucciolo è avviato, non finito. Che ha una base su cui costruire invece che un foglio bianco. Che le settimane passate in allevamento — siano cinque o sei — non sono state sprecate.
Ma se un annuncio scrive «socializzati» e basta, la domanda da fare è una sola: con cosa, esattamente? Un allevatore che sa cosa sta facendo risponde con un elenco, non con un aggettivo. E se l'elenco è corto, va bene lo stesso — purché sia detto.
Cosa facciamo noi, e cosa non facciamo
I nostri cuccioli nascono in casa e ci restano il primo mese, nella cassa parto, che non sta in una stanza silenziosa: sta vicino alla televisione e alla radio, perché il rumore di una casa abitata è la prima cosa a cui un cucciolo deve fare l'abitudine.
Intorno ai trenta giorni passano nel box protetto, pensato per loro: uno spazio dove possono muoversi in sicurezza mentre le zampe reggono ancora poco e dove cominciano lo svezzamento.
Il passaggio che conta davvero arriva verso i quaranta giorni, quando li lascio liberi nel cortile. E il cortile non è un recinto di cemento: è erba, terra, piante, fiori — superfici e odori diversi a ogni passo. Ci stanno anche tutto il giorno quando il tempo lo permette, con il sole, il vento, l'ombra.
Ma la parte che pesa di più non è quello che c'è dentro il cortile: è quello che passa fuori. Macchine, motorini, biciclette, persone che camminano sulla strada, il clacson, le campane della chiesa. Un cucciolo che a quaranta giorni sente le campane suonare mentre gioca sull'erba, quelle campane non le noterà più per il resto della vita. Uno che le sente per la prima volta a sei mesi in una città, le dovrà elaborare.
Nel cortile incontrano anche gli altri cani adulti, sempre sotto controllo stretto. Non li lascio insieme perché «si conoscono»: li lascio insieme guardandoli, e li divido quando serve.
E il cortile non sostituisce la casa. Fra i quaranta e i cinquanta giorni cominciano a rientrare a turno, a gruppi di due o tre, per qualche ora. Non tutti insieme: in piccolo gruppo, così che ognuno viva la cosa invece di guardarla mentre il branco fa da scudo. È lì dentro che imparano il resto — la televisione accesa, la gente che entra ed esce, il pavimento liscio, la cucina.
Le persone che passano sono quasi tutte facce nuove. Le famiglie che hanno prenotato un cucciolo vengono a vederlo più volte durante la crescita, salvo chi arriva da troppo lontano: per i cuccioli significa mani diverse, voci diverse, andature diverse, ripetute nel tempo. Ed è anche l'occasione in cui capita qualche bambino, perché i miei figli sono ormai adulti e in casa bambini non ce ne sono: quando una coppia ne porta uno, per me è un vantaggio e lo dico volentieri.
Il veterinario viene qui. Per le cucciolate numerose sempre, per le piccole a volte vado io — ma la regola è che venga lui: portare cuccioli non ancora vaccinati in un ambulatorio, dove passano cani malati, non è il massimo. Il rovescio è che il cucciolo non fa il viaggio in auto prima dell'affido, e quello lo imparerà dopo.
Quello che non facciamo è promettere che al momento dell'affido il lavoro sia finito. Non lo è, né a sessanta giorni né a settanta. Quando un cucciolo parte ha davanti diverse settimane di finestra sensibile ancora aperta, e le passerà con la sua famiglia.
Chi resta di più, viene socializzato davvero
C'è una categoria di cuccioli che fa un percorso diverso: quelli che per qualche motivo restano più a lungo — spesso i destinati all'estero, che devono aspettare l'antirabbica e non partono prima dei quattro mesi.
Quei cuccioli li socializzo io. Dopo il secondo vaccino comincio a portarli al guinzaglio in giro per il paese, e non da soli: con la madre accanto. Un cucciolo alla prima uscita è quasi sempre un po' titubante — la strada è larga, i rumori arrivano da tutte le parti, il guinzaglio è una novità. Ma se davanti a lui cammina sua madre, che quella strada la conosce e non se ne preoccupa, la segue volentieri. Quello che gli insegna la madre in tre passeggiate non glielo insegna nessun protocollo.
È il motivo per cui un cucciolo che resta fino ai quattro mesi parte in vantaggio: ha finito la finestra sensibile qui, con una guida che parla la sua lingua.
Le prime quattro settimane a casa: quelle che decidono
È la parte del percorso che l'allevatore non controlla e che pesa quanto la sua.
Quantità non è qualità. Dieci esperienze brevi e positive valgono più di una lunga in cui il cucciolo si spaventa. Se si irrigidisce, si blocca o cerca di allontanarsi, l'esperienza non sta funzionando: si aumenta la distanza e si riprova domani.
Prima che il ciclo sia completo si può fare molto lo stesso. Non si va al parco cani, ma si può portare il cucciolo in braccio in posti nuovi, farlo stare in auto, farlo incontrare persone in casa, farlo camminare su superfici diverse, farlo sentire rumori.
La solitudine si insegna dal primo giorno, con assenze brevissime, allungate poco per volta, senza scene all'uscita né al rientro.
Se qualcosa va storto, si chiama qualcuno. Un cucciolo che a quattro mesi ha paura di uscire non «passerà da solo»: è il momento di farsi seguire, non fra un anno.
In sintesi
- La finestra va dalla terza alla dodicesima settimana; all'affido ne sono passate cinque o sei su dieci, a seconda di quanto il cucciolo resta
- In allevamento un cucciolo incontra la casa, le persone, gli altri cani della razza: non la città, non il traffico, spesso non i bambini
- «Socializzato» senza un elenco è una parola vuota: chiedi con cosa
- Il lavoro che resta è quello che pesa di più, e lo fa la famiglia
- Un allevatore serio ti dice anche cosa non ha potuto fare
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